Quando è un periodo in cui ascolto prevalentemente gli Afterhours (fino a Quello Che Non C'è incluso e NON OLTRE, sia chiaro) e il Marilyn Manson di Mechanical Animals, il campanello d'allarme dovrebbe suonare: significa che è un PERIODO NO.
Ho capito che gli Afterhours sono uno dei miei gruppi preferiti mica per niente. E' che non posso fare a meno di quelle parole, del modo CoSì PeRfEttO in cui queste ultime sanno esprimere il travaglio che ho dentro. Quando avrò un attimo di tempo per raccogliere più idee vi (e mi) regalerò un collage di versi significativi - così chi non conoscesse la Sacra Arte di Manuel Agnelli il Poeta può farsi un'idea di cosa vuol dire. Roba che ti tocca dentro, che ti apre in due e tasta la tua carne viva, che trova le parole che tu non hai mai trovato per esprimere ESATTAMENTE quello che vorresti esprimere ma nella cui espressione hai sempre fallito. Perché tu non sei un Dio; Manuel Agnelli invece sì.
Bene, dopo questo sproloquio in cui per l'ennesima volta ho incensato uno dei miei personaggi preferiti, vorrei offrire una riflessione che è dentro di me da alcuni giorni e non ha intenzione di spostarsi... una rifessione su scrittura e terapia, fra scrittura e terapia.
A me è sempre piaciuto scrivere, sin da quando ero alle elementari e scrissi quel tema su Napoleone che aveva così tanto colpito la maestra e mia nonna. Non ricordo se avesse colpito anche mia madre, ma si sa, per mia madre quanto alla scuola ero "bravisssssssima" in generale, non che poi i dettagli contassero molto. ANYWAY. Mi è sempre piaciuto scrivere, dicevo, ma la passione è eslposa davvero solo durante l'adolescenza, quando mi sono innamorata per la prima volta, di una persona che non mi rivolgeva il suo sguardo neanche per sbaglio. Ebbene, sofferenze, letture su letture di romantici tedeschi Novalis Goethe i dolori del giovane Werther e poi Foscolo Leopardi Baudelaire e la scoperta della sofferenza in versi. Scrivo tantissimo, leggo altrettanto, mi faccio di cioccolato nel tentativo di ritrovare la serotonina perduta, rifletto. Rifletto rifletto rifletto. Da quel momento anni 16 e fino ad anni 24 io un ragazzo nel senso di persona-con-cui-stare-per-un-periodo-superiore-al-mese-e-mezzo-e-possibilmente-senza-essere-trattata-come-un-oggetto-ogni-volta non l'ho mai trovato.
Poi saltano fuori i problemi con mia madre... e alla fine decido (BRAVA! CHE IDEA GENIALE! che RaBBia.) di sfogare le mie ansie sul cibo, sul non-cibo, sul vomito, ... quel che capita.
Allora scrivo sempre di più, e inizio ad andare dalla psicologa...
SCRIVERE E PARLARE CON LA PSICOLOGA MI FA BENE.
Questo è per lo meno quel che ho sempre pensato.
Ma allora perché quando sto relativamente meglio non scrivo? Semplice, perché se sto 'meglio' non ho quella cosa nera e pesante da buttar fuori, da espiare, da esorcizzare. Scrivere è esorcismo. Così come lo era parlare con quella donna una volta a settimana.
PeRò - e finalmente dopo tante parole inutili ecco la riflessione principale - mi pongo una domanda: è proprio vero che scrivere ci fa stare meglio? Di primo acchito, sì. Funziona un po' (per lo meno, per me) come quando ho la nausea per la quantità di cibo ingerita o semplicemente per-la-nausea-e-punto e rigetto fisicamente parlando quel che ho dentro. Poi mi sento meglio.
Ecco, scrivere mi fa un po' lo stesso effetto.
Ma, dopo che uno rimette, poi non si sente ancora più una merda di prima? Nella maggior parte dei casi, credo di sì. Nel mio caso, sicuramente sì.
Ecco, scrivere mi fa un po' lo stesso effetto. Rileggo me stessa nelle pagine che ho buttato giù, nel tipo di grafia che ho utilizzato al momento della scrittura, negli spazi che (non) lascio fra le parole, nella pesantezza o leggerezza del tratto, nei disegni a fianco alle lettere. Mi rileggo e capisco quanto sono disturbata, e non so quanto questo faccia bene.
Insomma, la conclusione che vorrei trarre è che la scrittura, così come la terapia piscoanalitica, è doppia: da un lato ci si sente meglio, liberati da un peso eccessivo; dall'altro, invece, si scava sempre più dentro di sé, ci si rende sempre più conto di quanto si sta male, e ci si crogiola volenti o nolenti in quel m a l e d i m i e l e . . .
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