Ieri sera sono andata al cinema con Kevin a vedere Black Swan.
Non saprei bene come commentare questo film, perché mi ha emozionata troppo per riuscire a parlarne, pensavo di poter avere un opinione a freddo stamattina, e invece ne sono ancora scossa. Dopo il film ho avuto bisogno di una caipirinha :-) per calmarmi, per cercare di non continuare a piangere come avevo iniziato a fare in sala al comparire del directed by Darren Aronofsky. Scusate ma non so bene cosa dire di questo film, mi ha scatenato dentro un turbinio di emozioni pazzesche. Innanzitutto non sapevo che Natalie Portman fosse un'attrice tanto meravigliosa. Il film in sé è un climax che va fortissimo, che aumenta d'intensità fino ad un picco finale in cui tutte le emozioni accumulate durante quell'ora e mezza esplodono, non riescono più a trattenersi: a Natalie Portman succede quel che succede (non voglio fare la spoiler della situazione, per chi non avesse visto il film e avesse intenzione di andare a scoprire di cosa sto parlando), io ho pianto tantissimo. Ovvio, cos'altro può accadere? quando ti senti chiamata in causa, quando tanta eleganza ti colpisce come una lama affilata e ti conduce verso una morte del cuore lenta e dolorosa, quando la nozione di perfezione diventa una percezione, un sentimento troppo forte, inspiegabile ma inevitabile nella sua invisibile ingombranza.
In altre parole, Black Swan è sicuramente un consiglio, ma attenzione: se siete persone sensibili, non solo il film vi lascerà dentro una guerra e un devasto di emozioni, vi succederà anche di incazzarvi di brutto nell'udire risate di almeno una parte del pubblico- la parte becera e ignorante, oserei dire - durante momenti in cui non c'è NIENTE da ridere. Il racconto che si snoda sullo schermo è a mio parere una tragedia unica. Non v'è mai nulla di cui ridere. L'unica volta in cui ho sorriso è stato per una battuta irrilevante del personaggio di Lily, nella scena in cui quest'ultima e Nina sono sedute al tavolino di un bar; il cameriere, che sta portando un sandwich a Lily, inizia a provarci spudoratamente con la ragazza e, fra le altre cose, le dice:
- You got enough cheese?
e secca giunge la risposta di Lily, col suo sorriso sornione:
- No, but you do.
Non so se l'abbiate capita, ma se parlate un minimo d'inglese dovreste arrivarci ;-)
Anyway... cambiando discorso, preferirei non parlare di cibo perché mi viene la nausea solo a pensarci, oscillo tra il controllo ferreo e il lasciarmi andare - oscillazione che, secondo Vincent Cassel nel film sopracitato, dovrebbe essere simbolo di perfezione ... ... - e il peso ancora non scende. No. Non scende. E' fermo allo stesso fotutto numero che vedevo sulla bilancia a novembre scorso, cristo. Lasciamo perdere perché non voglio ammorbare né voi né me stessa con un ennesimo sfogo.
Venerdì (dopodomani!) parto per Barcellona con un weekend lungo con il mio ragazzo. Spero tutto andrà bene, ma ho già visto che pioverà per due giorni e la cosa mi fa innervosire alquanto parecchio un bel po', dato che se vivo in Belgio pretenderei dalla Spagna che mi offrisse condizioni atmosferiche migliori! E invece? invece NO. Pioggia a parte, per lo meno stacco un attimo dalla solita routine: non può farmi che Bene. L'unica cosa che mi dispiace è dover lasciare Twiggy a casa da sola per tre giorni... ma abbiamo già ingaggiato persone fidate che si prenderanno ottima cura di lei.
Insomma: se non mi sentite prima, ci risentiamo settimana prossima.
Fate le brave e mangiate un po' di più... concediamocelo, almeno nel weekend, per evitare abbuffate successive e in generale frustrazioni varie ed eventuali.
Vi abbraccio.
Aggiungo qui ciò che teoricamente sarebbe dovuto essere un auto-commento al mio precedente post, un commento ai commenti, soprattutto all'ultimo commento ricevuto (da Veggie).
Aggiungo qui, perché ritengo il seguente scritto troppo lungo, denso e intenso per essere sbattuto nella celletta dei commenti.
Mi scuso se apparissi peccare di superbia, ma studiando filosofia da sette-otto anni il concetto della 'relatività della normalità a seconda del punto di vista' è per me ormai un luogo comune. Certamente è qualcosa da tenere ben presente nell'etica personale, individuale, di ognuno di noi, ma purtroppo la realtà è altra cosa. Credo che la suddettà relatività, variabilità della normalità o come la vogliamo chiamare, sia molto più un 'dovrebbe essere' che un 'effettivamente è'. Intendo dire che possiamo raccontarcela all'infinito di come sia importante imparare a guardare le cose da tanti punti di vista, di quante sfaccettature semantiche esistano al mondo per riferirsi allo stesso s/oggetto, di quanto la vita è bella e noi siamo meravigliose e dobbiamo solo tirar fuori ciò che già abbiamo dentro... ma - purtroppo o per fortuna - mi sono dis-ciulata, come si dice a Milano, già da un po' di tempo, e ho capito che FOUCAULT AVEVA RAGIONE. Leggetevi Surveiller et Punir o Histoire de la Sexualité vol. I per sapere di cosa sto parlando. Parlando potabile, come direbbe un mio amico siculo, mi riferisco al fatto che
nella realtà di tutti i giorni semplicemente non ci è concesso di pensare e di essere come vogliamo noi, la libertà è una sorta di percezione sensoriale, ognuno di noi è inevitabilmente condizionato dalle dinamiche sociali, politiche, familiari, di genere, ... che ci educano fin dal momento in cui facciamo capolino dall'utero materno su questo mondo putrefatto. Ovvio, con ciò vorrei tentare una critica, non affermare una totale e totalizzante rassegnazione - ma sempre nell'avvertimento generale di un RENDIAMOCENE CONTO.
Provo invidia per chi riesce, naturalmente o dopo molti sforzi, a vivere in un proprio, utopico YES, I CAN!, ma io non ce la faccio, e ne vado persino fiera.
Preferisco impastarmi alla nuda terra, sporcarmi del suo fango, uccidermi di ricordi del passato... per non smettere mai di ricordare chi sono e da dove vengo, senza pretendere di poter cambiare me stessa e gli altri - perché mi è bastata qualche seduta di psicoterapia per accorgermi che il mio carattere, come quello di tutti, è plasmato sin dalla nascita da cose situazioni persone nei cui confronti noi in prima persona non possiamo giocare ruolo alcuno.
Sarò 'sbagliata' (di nuovo..), ma questa è un po' la mia filosofia di vita: per quanto possibile, un umile materialismo.
° ° ° ° °
Aggiungo qui ciò che teoricamente sarebbe dovuto essere un auto-commento al mio precedente post, un commento ai commenti, soprattutto all'ultimo commento ricevuto (da Veggie).
Aggiungo qui, perché ritengo il seguente scritto troppo lungo, denso e intenso per essere sbattuto nella celletta dei commenti.
Mi scuso se apparissi peccare di superbia, ma studiando filosofia da sette-otto anni il concetto della 'relatività della normalità a seconda del punto di vista' è per me ormai un luogo comune. Certamente è qualcosa da tenere ben presente nell'etica personale, individuale, di ognuno di noi, ma purtroppo la realtà è altra cosa. Credo che la suddettà relatività, variabilità della normalità o come la vogliamo chiamare, sia molto più un 'dovrebbe essere' che un 'effettivamente è'. Intendo dire che possiamo raccontarcela all'infinito di come sia importante imparare a guardare le cose da tanti punti di vista, di quante sfaccettature semantiche esistano al mondo per riferirsi allo stesso s/oggetto, di quanto la vita è bella e noi siamo meravigliose e dobbiamo solo tirar fuori ciò che già abbiamo dentro... ma - purtroppo o per fortuna - mi sono dis-ciulata, come si dice a Milano, già da un po' di tempo, e ho capito che FOUCAULT AVEVA RAGIONE. Leggetevi Surveiller et Punir o Histoire de la Sexualité vol. I per sapere di cosa sto parlando. Parlando potabile, come direbbe un mio amico siculo, mi riferisco al fatto che
nella realtà di tutti i giorni semplicemente non ci è concesso di pensare e di essere come vogliamo noi, la libertà è una sorta di percezione sensoriale, ognuno di noi è inevitabilmente condizionato dalle dinamiche sociali, politiche, familiari, di genere, ... che ci educano fin dal momento in cui facciamo capolino dall'utero materno su questo mondo putrefatto. Ovvio, con ciò vorrei tentare una critica, non affermare una totale e totalizzante rassegnazione - ma sempre nell'avvertimento generale di un RENDIAMOCENE CONTO.
Provo invidia per chi riesce, naturalmente o dopo molti sforzi, a vivere in un proprio, utopico YES, I CAN!, ma io non ce la faccio, e ne vado persino fiera.
Preferisco impastarmi alla nuda terra, sporcarmi del suo fango, uccidermi di ricordi del passato... per non smettere mai di ricordare chi sono e da dove vengo, senza pretendere di poter cambiare me stessa e gli altri - perché mi è bastata qualche seduta di psicoterapia per accorgermi che il mio carattere, come quello di tutti, è plasmato sin dalla nascita da cose situazioni persone nei cui confronti noi in prima persona non possiamo giocare ruolo alcuno.
Sarò '

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